"Scrivere per impotenza, scrivere per tristezza e disgusto, scrivere per saper cosa dire quando non devi scrivere...
Osare o tenere?
Andare o aspettare?
Come si può fare il meglio per sè e per gli altri, quando nessuno fa il bene di nessuno?
E se la porta delle sensazioni si chiude e a 30 anni ti sembra di averne 12, cosa può trasformare l'angoscia in rabbia e forza di agire?
Ho paura di non fare abbastanza... ma cos'altro devo fare?"
Queste domande attanagliavano Tommy, rimbalzandogli in testa da un orecchio all'altro con il ritmo incalzante e indisturbato delle palline di un Pendolo di Newton; era questo costante picchiettio metallico a fargli credere che nella sua testa non ci fosse null'altro se non quelle piccole sfere rumorose che si muovevano. Il letto gli stava stretto, le coperte lo soffocavano. La stanza stessa gli sembrava un recinto, una scatola per topi.
Tommaso era sempre stato emotivo, di base. Una persona che pensava col cuore, poi col cervello. Il problema era che, dopo i primi attimi di sensazioni, di calori e colori, quasi sempre era il cervello a prendere il sopravvento.
E però Tommy inviava alla stampante della memoria sempre e solo i momenti sensazionali... i ragionamenti invece rimanevano a scolorire e nascondersi nelle cartelle dell'hard disk, come quelle discografie complete dei cantanti che scarichi per un solo album e poi abbandoni ad occupare megabytes ad appesantire la rotazione del disco...
CONTINUA
giovedì 24 gennaio 2013
mercoledì 28 novembre 2012
"C'est inacceptable!"
Se una cosa vi sembra inaccettabile non dovete dirla se non avete anche la possibilità di farla svanire.
-- Aurel Rottman
Mi sono per caso trovato a visitare una delle biblioteche universitarie più frequentate del centro di Bologna, quella che si trova in Vicolo Bolognetti per la precisione, accompagnando un'amica nel reperimento di uno dei libri del suo corso di studi. Dopo qualche minuto di osservazione e monitoraggio della missione (e dopo aver notato l'età media dei frequentanti la sala studio, ormai non più sovrapponibile alla mia, sigh), mi ritrovo davanti agli occhi due mobiletti: l'uno, fornitissimo, pieno di dépliant e pubblicità e brochure su luoghi turistici di Bologna, convenzioni qua e là, incontri e dibattiti dai multiformi obbiettivi; l'altro, che avrebbe dovuto contenere riviste e quotidiani vari, semi-deserto, spogliato della sua dignità di contenitore culturale quotidiano, settimanale e mensile. Mi giro allora intorno, per accorgermi di come alcune riviste e giornali siano sparsi sul tavolino dell'angolo di consultazione dove un ragazzo sta leggendo "La Gazzetta", un signore legge "Il Giornale" e un terzo personaggio sta leggendo un suo libro, probabilmente appena prestatogli dalla biblioteca.
Con una rapida cernita degli argomenti culturali trattati dalle riviste, noto periodici sull'arte, sulla letteratura, sul cinema, sull'urbanistica e forse, ma non ci giurerei, una trattazione ad argomento storico.
Dopo questo incipit così sferzante e vitale, degno dei promessi scrofi, vorrei chiedere ai miei 1/25 lettori;
COSA MANCA?
Che cosa avrebbe dovuto esserci in quel mobile o su quel tavolino o in mano ad uno dei tre individui descritti che invece non c'era?
Cosa L'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI BOLOGNA avrebbe dovuto fornire in almeno un esemplare ai propri studenti e consultatori della biblioteca di Vicolo Bolognetti, specie in questo momento in cui l'Italia sembra non avere idee nonostante i decreti "Start Up", nonostante l'avvenimento socio-politico degli ultimi seicento anni ("Le Primarie" buffoni), nonostante Internet ed i giovani siano quasi con la bava alla bocca?
Se non ci si arriva, perché forse troppo bislacco o forse troppo logico, ovviamente lo nominerò io... DOVEVA esserci uno straccio di rivista tecnologica!
L'economia del momento si sta spostando tutta quanta sul Web e sugli utilizzi che ne vengono fatti. Da qualche parte nel mondo qualcuno sta sperimentando il prodotto che manderà in pensione cellulari e, soprattutto, smartphones (La Sfida degli occhiali Smart - Repubblica.it ) e noi, nei luoghi in cui la cultura Digital arranca invece di essere plasmata in nuove idee e possibilità, continuiamo a mandare a fondo le potenzialità dei nostri giovani e della nostra gente confinandola nella lettura e studio delle STESSE MATERIE TRATTATE NEI 15 ANNI DI SCUOLA DELL'OBBLIGO!!!
Uno scherzo di cattivo gusto, solo un gioco di specchi spero...
Qualcuno potrebbe affermare: "La tecnologia è dappertutto, a che serve un'altra rivista in biblioteca?"
WROOOONG!!!
E dietro a questo errore, vi è l'errore che ha contaminato l'intera etica e ormai anche la cultura del nostro paese: DARE L'ESEMPIO!!!
Se vuoi cambiare qualcosa, se vuoi che qualcuno intraprenda un percorso, se vuoi anche solo che banalmente qualcuno ti faccia un favore GLI DEVI PREPARARE LA STRADA...
Le istituzioni sono le prime a dover procedere in questo senso e, ahimè, da troppi troppi anni ormai non lo fanno, anzi si buttano sul lato oscuro della questione fornendo spesso motivi di disunione e contrasto.
Dobbiamo far crescere nel collettivo, soprattutto nei giovani, l'idea che sta cambiando tutto, TUTTO! Non si può pensare di leggere arte, lettere, urbanistica e la gazzetta all'università... per carità, saranno certamente utili ed interessanti (la gazzetta...mmmhh), ma non sono più loro a cambiare ed influenzare i tempi. Queste discipline, da sempre, si adattano ai tempi prima di plasmarli, prima di fornirne uno spaccato creativo e incantare il mondo...
La tecnologia, invece, si è insinuata sotto, in un altro strato epidermico più profondo, a contatto con il sangue! Il computer è il nuovo pennello con cui si dipinge la tela; il risultato è arte nuova ma il MEZZO è cambiato.
Un'istituzione che non comprende questo, non avrà futuro, perché essa stessa non pone, come invece dovrebbe, solide basi per il futuro di chi alimenta l'istituzione stessa!
E tutto ciò è, semplicemente, inaccettabile....
venerdì 2 marzo 2012
30 marzo 2012
Quando qualche anno fa ho scritto i ringraziamenti per la mia tesi di laurea triennale, mi caratterizzavano uno strano, innocente ottimismo per il futuro e una troppo cieca fiducia nelle mie capacità. Inutile affermare che oggi, trascorsi 4 anni da quel giorno, dopo esperienze (e soprattutto offerte) di lavoro mortificanti, scelte sbagliate, passi indietro e riflessioni, la situazione è molto diversa.
Ciò che ho imparato e che mi sento di poter scrivere adesso è che le parole non servono più, non contano più, non cambiano più le cose. Nel computo generale dell’esistenza moderna, a livello pratico, le parole non recitano un ruolo di spessore maggiore di quello ricoperto dai fioretti pasquali, perseguiti con tenacia e riverenza per 40 giorni e poi stracciati e buttati a mare per sempre, o comunque almeno per 325 quotidianità. Si potrebbe forse ribattere con il buon vecchio proverbio latino che vede le parole svolazzare come farfalle e l’inchiostro invece fisso ed immutabile come le montagne. Ma non ci vuole un chimico, o un geologo, per dire che anche l’inchiostro e le montagne si consumano col tempo: basta leggere i giornali degli ultimi dieci anni (o, in mancanza di essi, i libri di storia riferendosi ad altre fasi della storia umana) e farsi un’idea di come vengono trattati quello che dovrebbe essere lo scritto più importante del nostro paese - la Costituzione Italiana - e con esso in generale le leggi, per capire che la realtà non corrisponde esattamente a vecchi proverbi latini.
Per tale motivo, smetto di scrivere questi ringraziamenti. Smetto quindi di dare l’ordine di decollo a parole che un giorno mi deluderanno, mitragliandomi in picchiata alle spalle con i loro significati etimologici colmi di speranza e fiducia e salute e voglia di credere nel futuro. Quel che conta sono i fatti, non le parole. Le parole non sono che un contorno, l’origano sulla pizza: cambiano il sapore della pietanza. Ma hai mai provato i morsi della fame dopo che hai mangiato solo l’origano, scartando del tutto la pietanza?
"Si volge ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il
presente."
Lucio Anneo Seneca
mercoledì 28 settembre 2011
Doodle umano a Bologna: ecco come esplodono le buone idee...
Doodle umano a Bologna: tra intervista e riflessioni, ecco come esplodono le buone idee
Le tredici candeline di Google raffigurate da sessanta persone in planking sulla piazza di Bologna: questa l'idea creativa che ieri è arrivata sulla bocca (e monitor) di tutta Italia, omaggiando il simbolo mondiale della creatività con un atto di creatività. Perchè le buone idee sono vere esplosioni. E devono essere valorizzate.
Ieri Google ha compiuto 13 anni e il buon compleanno si è subito visto dal doodle: è proprio il caso di dirlo, visto che il team di Mountain View ha aperto la home più cliccata al mondo con una graziosa torta di compleanno autocelebrativa. C’è poco da fare: Google ha davvero cambiato molte regole di Internet, addirittura creandone “a sua immagine e somiglianza”. A Bologna c’è poi chi ne ha approfittato per creare un evento che è già finito su quotidiani e riviste online, una vera “performance” che non è passata inosservata: dopo essersi dati appuntamento attraverso Facebook, sessanta ragazzi e ragazze si sono ritrovati ieri in Piazza Maggiore, dando vita a un “doodle umano”. “Martedì 27 ore 7,30 (mattina) ci troviamo in piazza maggiore per fare un Planking mondiale. Con la vostra collaborazione potremmo mettere in piedi un evento di portata internazionale. Solo venendo martedì mattina capirete il perchè… Mi raccomando la puntualità perchè entro le 8 bisogna andar via”. E così è stato.
Se qualcuno si chiede ancora cos’è il planking, si tratta di una moda nata in Australia e diffusissima sul web: fare “planking” significa farsi fotografare sdraiati a pancia in giù nei luoghi più insoliti per poi postare le immagini sui social network. E così “la spedizione dei sessanta” è approdata sul famoso “crescentone” bolognese (che altro non è che il rialzamento della piazza di fronte alla Chiesa di San Petronio), mettendosi in posa e facendo così gli auguri più originali a Google, omaggiando – parole degli ideatori – “con un atto di creatività il simbolo mondiale della creatività“. E qui arriviamo alle menti dietro l’evento, ovvero quattro giovani creativi bolognesi: Giorgio Grandi, Luca Marozzi, Enrico Nannetti e Matteo Zini, che già lavorano tutti nel mondo della comunicazione e del marketing, supportati dagli amministratori del gruppo Facebook, Raffaele Ferraro e Ivan Belletti.
La segnalazione mi è arrivata da un’amica in comune – il mondo, a volte, è davvero piccolo – e subito mi sono incuriosito. Per questo ho contattato questi ragazzi. “Abbiamo voluto dimostrare che i fenomeni di massa, specie quelli con un tasso di viralità molto alto“, ha spiegato Luca, “possano essere qualcosa più di un divertimento, ovvero una risorsa per il mondo della comunicazione“. Una bella dimostrazione ben riuscita, insomma. “Anche per questo abbiamo deciso di “festeggiare” Google nel giorno del compleanno con un “doodle umano” creato con il planking, il fenomeno di massa del momento: volevamo omaggiare con un atto di creatività il simbolo mondiale della creatività. Questa iniziativa è il biglietto da visita del nostro gruppo di creativi. Gli amici di Planking Bologna sono stati fantastici nel radunare in un giorno tante persone, noi abbiamo messo la creatività e la nostra conoscenza del mondo dei media a disposizione dell’iniziativa. Il tutto al prezzo di una levataccia, e della colazione offerta a tutti i plankers: una buona idea, sfruttando le leve della viralità, della facile diffondiblità di un messaggio, può diventare esplosiva“.
Tutta l’iniziativa ruota infine intorno a GiZed. La domanda è spontanea: “GiZed? E’ un contenitore di aggregazione delle nostre idee e della nostra creatività, oltre che delle nostre esperienze di marketing e comunicazione. Gized è a disposizione delle aziende e degli enti che vogliano sperimentare campagne media o diffusione di un brand fondati soprattutto sull’utilizzo dei social media e del viral marketing“. Da “collega di settore”, ma anche da semplice utente, consumatore e cittadino del Mondo, trovo questo doodle umano un magnifico esempio di viral marketing nella sua forma più pura, quotando in toto le parole di Luca. Questo è davvero un grande esempio di potenza creativa trasformata in atto comunicativo. Non bisogna però scambiare la fantasia come effimero prodotto da scaffale: spesso e volentieri, manager, imprenditori e markettari offrono budget ridicoli per strategie creative importanti, credendo che non ci voglia niente per realizzare eventi come questo, se non svegliarsi presto e pagare una colazione a sessanta persone.
Il successo sta spesso nelle “piccole cose”, ma ciò non significa che richiedano meno impegno. Una campagna social, un evento viral, un video in presa diretta di un minuto su youtube: sono tutte “strategie” che richiedono minor dispersione di risorse economiche, certo, ma bisogna evitare di sminuire il lato creativo e organizzativo… cosa che vedo ogni giorno di più negli ambienti sia delle PMI che delle grandi multinazionali. Giorgio, Luca, Enrico e Matteo ieri hanno dimostrato ancora una volta la potenza delle idee e della comunicazione a tutto tondo. E, fidatevi, non è poco.
continua su: http://www.fanpage.it/doodle-umano-a-bologna-tra-intervista-e-riflessioni-ecco-come-esplodono-le-buone-idee/#ixzz1ZFaCdg00
http://www.fanpage.it
domenica 25 settembre 2011
Timewheel
Chiudo gli occhi...
E ascolto i sussurri del mio corpo.
Mi raccontano di una strada tortuosa in cima alle montagne, un crinale roccioso che costringe il viandante a controllare ogni passo dinanzi a se...
E' già tardi su quel monte, il Sole sta scendendo e presto arriverà la sera e non ho un riparo per la notte.
Non posso, non devo essere stanco adesso...
Ho scalato la montagna e non ho ancora trovato rifugio.
Ho scalato la montagna e non ho ancora visto la vetta.
Ho scalato la montagna e sono rimasto solo quassù, senza ossigeno...
E ascolto i sussurri del mio corpo.
Mi raccontano di una strada tortuosa in cima alle montagne, un crinale roccioso che costringe il viandante a controllare ogni passo dinanzi a se...
E' già tardi su quel monte, il Sole sta scendendo e presto arriverà la sera e non ho un riparo per la notte.
Non posso, non devo essere stanco adesso...
Ho scalato la montagna e non ho ancora trovato rifugio.
Ho scalato la montagna e non ho ancora visto la vetta.
Ho scalato la montagna e sono rimasto solo quassù, senza ossigeno...
martedì 13 settembre 2011
-20
Io "odio" Pianigiani...
Lo "odio" cestisticamente come si odia la Juventus o la McLaren o il figo della scuola. E' quel disprezzo semplice e diretto, un misto tra invidia e frustrazione, dovuto all'ingiustizia della vita. Pianigiani è un allenatore mediocre che si è guadagnato il titolo di miglior allenatore d'italia semplicemente perchè in questo momento i suoi colleghi italiani bravi davvero lavorano con squadre o nazionali straniere, ottenendo i loro risultati positivi con quelle e non con le compagini connazionali.
Eppure questo timeout la dice lunga...
La dice lunga sul perchè lui sia lì, sul perchè non ci sia nessuno di migliore ora, sul perchè l'Italia (come paese) stia andando piano piano piano verso un miserabile declino... e sul perchè io mi senta così in questo momento.
Se Pianigiani è lì, ci saranno delle ragionevoli motivazioni. Attenzione, dico ragionevoli, non GIUSTE. Probabilmente ha fatto o sono state fatte delle scelte e delle mosse che gli hanno permesso di diventare quello che è. Il mondo non è giusto... e spesso nemmeno ragionevole.
"C'è bisogno che si giochi con un pò di dignita! Con un pò di anima, cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì!!! Facciamo a cazzotti almeno...
ma che cazzo avete dentro???"
Ho trascritto le esatte parole del suo discorso, e dentro ci leggo tutto ciò che ho sbagliato, tutto ciò che sono o che sento di essere in questo momento.
I giocatori ai quali Pianigiani sta urlando di svegliarsi sono Bargnani, Gallinari e Belinelli, I MIGLIORI GIOCATORI ITALIANI, personaggi che ho imitato ed ammirato in gioventù e che tutt'ora suscitano in me fascino e volontà di emulazione.
Loro, la meglio gioventù ai miei occhi, stanno perdendo di 20 punti una partita che matematicamente non conta niente, ma che fa la differenza sul piano dell'orgoglio, della mentalità, del futuro di questa squadra italiana che da quasi sei anni perde colpi su colpi e che contava su di loro per riavviare un ciclo vincente, o perlomeno dignitoso, all'altezza del nome che portano scritto sulle maglie.
E invece niente, bloccati, paurosi, piccoli... inutili.
Io "odio" Pianigiani...
Io imito Bargnani, Gallinari e Belinelli...
Sto perdendo di 20....
Ma che cazzo ho dentro?
Ma che cazzo ho dentro?
lunedì 25 luglio 2011
I vantaggi del Percorso...
“Si può portare il bue assetato al fiume, ma, se non sarà lui a bere, morirà.”
Detto Zen.
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck.
Nel suo saggio ‘Technopoly” del 1992, Neil Postman mette chiaramente in evidenza il concetto di ‘Ecologia dei media’. In tutto il suo scritto egli illustra, ponendoli in luce con vari esempi, alcuni dei risvolti e degli effetti - negativi e positivi - che le nuove tecnologie possono avere sulla società, sulle categorie, sui gruppi di persone e sulle singole menti umane. Il suo fine è quello di mettere in guardia il lettore portandolo a chiedersi le conseguenze dell’introduzione e del massivo utilizzo dei nuovi media nella propria vita, nel proprio modo di pensare e di agire. Si può dire che l’esimio ex-professore della New York University ha raggiunto pienamente il suo scopo.
Sarebbe infatti impossibile, a quasi venti anni di distanza, non riuscire a scorgere nelle elegantissime riflessioni ‘tecnopolistiche’ una bozza, una visione forse sfocata, ma fedele, della situazione attuale. Chi può negare come l’avvento della televisione abbia cambiato le carte in tavola in tutto il panorama della fruizione di contenuti editoriali, siano essi spettacoli, notizie, eventi in diretta o programmi pre-registrati? Gli effetti di questa massiccia intrusione e diffusione del medium televisivo cominciano a denotarsi facilmente da pochi anni a questa parte e sono destinati a risultare sempre più evidenti. Si pensi solo agli adeguamenti operati dagli editori della carta stampata per stare ‘al passo coi tempi’ e tentare di competere con i media più moderni: grafiche accattivanti, copertine e prime pagine sempre più dinamiche, titoli e paragrafi posti in risalto o accoppiati a fotografie con colori ad effetto. Solo negli ultimi quindici anni, i cambi di layout di quotidiani e libri non si contano, tanto da far apparire incunaboli, ad un occhio giovane, edizioni risalenti ad appena 30 anni fa. Ed ecco poi che, quando si era forse giunti alle scosse di assestamento, il panorama viene stravolto nuovamente dall’eruzione vulcanica di Internet. Il fiore all’occhiello della terza rivoluzione industriale prende posto con irruenza ancora maggiore nella vita e nelle abitudini lavorative, personali e sociali (l’ordine non è casuale) degl’individui, quasi monopolizzando la scena ed inglobando in un ‘triangolo delle bermude’ multimediale tutti i media pre-esistenti, che si vedono costretti ad allearsi con il nuovo concorrente informatico e ad ibridarsi con esso per garantirsi un qualsivoglia margine di futura sopravvivenza. Internet predomina su tutto, si espande alla velocità del suono nei paesi che non soffrono del problema del digital divide, arrivando in molte nazioni europee a fornire l’accesso ai propri servizi a più di metà della popolazione. Inoltre, non bastassero gli infiniti vantaggi che il medium offre ai suoi utenti, le condizioni di mercato relativamente favorevoli su computer portatili e cellulari e la graduale espansione degli accessi Wi-Fi gratuiti, insieme alla concorrenza nelle offerte da parte degli operatori telefonici per l’allacciamento ad internet in mobilità, stanno velocizzando ulteriormente il processo di diffusione della rete all’interno di tutti gli strati sociali.
Qual è il risultato più immediato? Sempre più persone utilizzano internet per lavorare, informarsi, socializzare. Ma non solo: in continua espansione sono anche i siti ed i fornitori di tali servizi, informazioni e social network, tanto che negli ultimi anni è stata creata la locuzione ‘New Economy’, riferita a tutte quelle attività, imprese e investimenti basati sulle nuove tecnologie informatiche e telematiche gestibili via internet. E in effetti ritengo si possa dire che proprio il settore lavorativo ha costituito un traino importante per l’espansione della rete. Da quando infatti si è cominciato a sfruttare internet (e le intranet) nelle aziende, il lavoratore è stato costretto (come l’editoria poche righe sopra, nda) per ragioni pratiche e di tempistica ad imparare a utilizzare il computer per gestire molte dinamiche lavorative collegate con l’esterno. Una volta appreso l’utilizzo del web, munirsi di una connessione anche in ambito privato è un passo molto breve. Addirittura, molti impieghi legati alla comunicazione (giornalisti, ufficio stampa, organizzatori d’eventi) o ad ambiti economici (broker, consulenti aziendali, ecc.), richiedono una connessione internet sempre operante e una reperibilità pressoché illimitata, al fine di espletare la propria mansione il prima possibile proprio per rispondere alle funzioni e caratteristiche d’immediatezza di internet. Si parla, insomma, di una tecnologia ormai fortemente radicata nel mondo lavorativo e di conseguenza anche in quello privato, grazie anche all’esplosione del fenomeno dei Social Network, uno su tutti Facebook, che in pochissimi anni – circa un decennio – sono arrivati ad essere tra i siti più seguiti ed utilizzati del panorama web ed hanno costretto tutte le altre piattaforme a collegarvisi tramite link per aumentare o quantomeno conservare l’interesse (e il numero di visite) sui propri portali.
Un pianeta, una galassia, forse un intero universo nel quale perdersi e ritrovarsi di continuo, incontrare persone senza mai vederle dal vivo, approfittare di offerte strepitose senza muoversi dalla sedia, essere al cinema a casa propria e informarsi, informarsi, informarsi su tutto, forse anche su ciò che davvero esiste e possiede una corporeità da qualche parte là fuori.
Sono tantissimi naturalmente gli aspetti e le implicazioni su cui noi, ormai venti anni dopo le annotazioni del Professor Postman, potremmo riflettere o che potremmo approfondire. Sarebbe possibile fare un elenco delle supposizioni sulle quali aveva ragione o torto; si potrebbe completare la sua analisi citando il senso di alienazione sociale che questo modo di vivere include; ancora, si potrebbe invece discutere sul ritorno alla scrittura e alla lettura che i nuovi modi di informarsi e di socializzare comportano, magari citando a questo proposito le teorie del Professor Ong sulla supremazia della scrittura e della visualizzazione nel mondo moderno; tanti altri aspetti e sfaccettature sono estrapolabili da questo grande contenitore di media che è il medium stesso del computer connesso ad internet. Eppure c’è un’altra faccia del dado dalla quale voglio partire, forse per cercare di trovare la pagliuzza nell’occhio altrui (ed evitare così di asportare la trave dal mio).
Come ogni essere umano, anche a me è capitato e capita tuttora di ammalarmi o farmi male, magari partecipando ad un qualche sport di squadra. Il pensiero è sempre lo stesso: in preda al dolore, più o meno forte a seconda delle occasioni o del tipo di incidente, affiora il ricordo delle tante ore stupidamente trascorse ignorando il dono di un fisico sano ed in forze e, insieme ad esso, emerge il desiderio sopra ad ogni altra cosa di riottenere quello status di equilibrio psicofisico e quindi la richiesta di un qualche farmaco o soluzione alternativa che mi riporti immediatamente ad essere la persona di sempre. Non conto più ormai le parole spese in queste occasioni da mio padre, medico, nell’esortarmi ad attendere, nell’invitarmi a trovare un po’ di dignità, orgoglio - e decenza - personali da investire nella resistenza al mio malessere e a non fare stupidi pensieri di medicamenti magici inesistenti. Questo è solo un esempio, ma in quante altre situazioni ho pensato (e forse ancora spero) all’esistenza di un rimedio ISTANTANEO a qualche problema, una soluzione rapida ed indolore che possa cambiare lo status delle cose migliorandole in un battibaleno, come accadeva in uno di quei cartoni o film che guardavo sognante proprio mentre ero a letto con la febbre.
Inutile denotare che ovviamente la realtà è molto molto diversa. Chiunque può avere un colpo di fortuna, ma nel 90% dei casi nessun problema si risolve con una pillola o spingendo un pulsante; questo potrebbe dirlo anche un bambino di 10 anni che abbia dovuto studiare per una interrogazione anche solo una volta o che abbia dovuto fare allenamento per una qualche gara o partita importante. Eppure, alcuni problemi e questioni si possono effettivamente risolvere premendo un semplice pulsante, magari cinque o sei volte: quel pulsante è quello del mouse. Internet e tutto il sistema di commercio online, nonché i social network e lo streaming, l’e-mail e tutte le applicazioni che sono presenti sulla rete non permettono forse di comprare una maglietta e farsela spedire a casa, di organizzare una cena tra amici senza nemmeno doversi telefonare, di sentire o guardare programmi e film senza dover cercare il canale radio o alzarsi dalla sedia per andare al videonoleggio, o ancora di inviare documenti importanti senza dover leccare un francobollo e cercare una cassetta della posta?
La verità è che questa nuova tecnologia sta spingendo proprio verso tale direzione; essa riesce a ingenerare la sensazione di ottenere tutto in un secondo, illudendo le persone di poter risolvere non solo certi, ma potenzialmente tutti i problemi in pochi attimi. Questo meccanismo è subdolo e complicato da combattere, proprio perché il congegno connesso ad internet ormai è largamente diffuso e difficilmente placherà la sua corsa. L’ottenimento di certi beni materiali sarà sempre più facilitato ed immediato e si espanderà ad altre merci aumentando il raggio di portata di queste illusioni e degli effetti di esse sulle menti. Naturalmente si può dire che non siamo ‘nati ieri’ e che ci sono dei filtri mentali che permettono di scremare realtà fattuale ed impressione in maniera abbastanza netta. Tutto ciò è vero, ma bisogna considerare che molti di noi sono avvantaggiati: io sono nato nel 1985, in un momento storico dove i videogiochi avevano appena cominciato a fare la loro comparsa, il VHS non aveva ancora decisivamente preso il sopravvento come standard di riproduzione video ed in casa mia erano ancora presenti macchina da scrivere e lettore di dischi a 33 giri, oggi ormai cimelio di modernariato per collezionisti. Nella mia esperienza e memoria c’è un percorso di rapido sviluppo ed aggiornamento degli apparati tecnologici: l’avvento del walkman, la prima console per tv, i primi computer da casa (Commodore 64) con floppy disk da 5 pollici, i 386 con Basic DOS, i 486, le console di videogiochi tascabili, la tv con VHS integrato, il lettore CD portatile con antishock, Windows 95, le prime connessioni internet con Netscape navigator fino ai recentissimi (eppure già superati) DVD blu-ray ed i netbook. Un’escalation tecnologica che ha mano a mano condizionato e cambiato il mio modo di vivere, giocare, relazionarmi con il mondo e con gli altri, ma pur sempre gradualmente e per tappe. Ho avuto modo sicuramente di apprezzare le comodità ed i vantaggi di questa progressiva parata di comodità e immediatezze, ma ho pur sempre dovuto metterle in relazione con gli strumenti ed i percorsi di partenza, quelli cioè già presenti nel periodo relativo alla mia più tenera età. E tuttavia, sono rimasto condizionato da questa idea del ‘Deus Ex Machina’ che probabilmente mi è stata inculcata in prevalenza dal medium televisivo e dai programmi trasmessi attraverso esso più che da effettive possibilità di uso e consumo immediati, che solo negli ultimi dieci anni hanno cominciato a diventare realtà effettivamente presenti e funzionanti in Italia. Ogni giorno in qualche piega del mio subconscio devo ancora combattere per convincermi pienamente che il futuro ce lo si costruisce da soli, lavorando e faticando ogni giorno per ottenere almeno in parte ciò che si desidera e non ci sono scorciatoie di sorta, a meno di avere una qualche fortunata occasione durante il viaggio. Il nocciolo della questione è: se persone come me e come tanti miei conoscenti, più o meno coetanei, fanno fatica a distaccarsi da questa logica del ‘tutto subito’, nonostante siano cresciute partendo da una situazione molto meno evoluta e in gran parte ‘analogica’, a quale profondità ne saranno condizionate le persone più giovani (i cosiddetti Nativi Digitali) che sono nate e nascono ad escalation avvenuta, con tutte queste possibilità già presenti ed utilizzabili ed in ulteriore via di sviluppo? Quali ripercussioni avrà questa dinamica di fruizione passiva della velocità sulla loro forza di volontà e sulle capacità di farsi posto nel mondo? Si può ipotizzare che le reazioni varieranno per tipologia di persona: chi è di indole aggressiva, sarà portato ad esserlo forse ancora di più (proprio per ottenere il prima possibile ciò che vuole) e chi viceversa è di indole più mite sarà forse portato ad essere più attendista e rinunciatario (proprio perché se le cose sono difficili da ottenere, è più semplice aspettare che arrivino da sole o rinunciarci). Ma in questa sede non è interessante compiere un’analisi psicologica comportamentale. Quel che conta è che, in entrambi i casi, si rischierà di perdere di vista l’aspetto più importante nell’ottenimento di un qualsivoglia oggetto del desiderio: il percorso.
Facciamo un esempio, spostando l’occhio di bue sul mondo dell’informazione giornalistica. Da qualche anno ormai, si è avuto modo di notare e denunciare il fenomeno dell’overload informativo, vale a dire la presenza di una certa ridondanza nella comunicazione che porta a generare confusione; una quantità di news di vario tipo che è inversamente proporzionale all’approfondimento che le caratterizza. Si è compreso che questo meccanismo di ricambio continuo di notizie, la cui importanza è attribuita dai valori notizia assegnati dagli stessi organi di stampa, crea nei lettori un desiderio di tenersi costantemente aggiornati su nuovi fatti e nuove situazioni che si vengono a creare, ma porta anche ad una diminuzione nella comprensione del valore degli accadimenti e dei loro significati. Sappiamo – ce lo dice la Storia - che il modo di informarsi e di scambiarsi opinioni ha la possibilità di influire sulla forma mentis di tutti i singoli individui e delle comunità in cui vivono, generando addirittura moti rivoluzionari, correnti filosofiche e dottrine religiose. Ora tutti i fatti del nostro mondo sembrano compressi in una pagina web caricata su un computer che cambia layout sei o sette volte al giorno. Non vi è più una reale comprensione della gravità degli accadimenti, né il tempo per capirne le conseguenze implicite. Chi ricorda le notizie considerate da prima pagina anche solo sei mesi fa? E’ questa elaborazione, il percorso, ciò che viene meno nella qualità dell’informazione e conseguentemente nel pensiero di chi si informa. Tutto nuovo, tutto subito.
Insomma, poiché “il medium è il messaggio” e il messaggio influisce sul pensiero, abituate ad ottenere ciò che desiderano in maniera veloce e spesso completa, quando si ritroveranno ad affrontare complicazioni inaspettate e situazioni più intricate le nuove generazioni saranno probabilmente portate a chiedere aiuto o a desistere lasciando ad altri o alla stessa tecnologia le sorti di alcune loro decisioni. Si tenderà, come già spesso per la verità accade, a contare solo ed esclusivamente sulle soluzioni e le conoscenze reperibili in Rete, evitando quasi del tutto di applicarsi di persona nella ricerca di espedienti in grado di risolvere gl’imprevisti. L’effetto sarà simile a quello che ha portato l’uso quotidiano della calcolatrice (chi tra gli under 30 riesce a fare le quattro operazioni su un foglio con naturalezza e scioltezza, senza violentare la propria memoria, non essendo più abituato a fare i calcoli senza l’utilizzo del computer o del cellulare?) o l’utilizzo perenne della tastiera da computer per scrivere (molte persone fanno fatica a riprendere l’abitudine della scrittura a mano per produrre documenti o note di una certa lunghezza). L’ingegno umano pratico rischia di arrugginirsi parzialmente, di diventare schiavo del suggerimento da forum e fare la fine di quei detti popolari intrisi di esperienza e veridicità che sempre meno vengono citati, e di conseguenza seguiti, nel mondo moderno. In parte è già così; il congegno connesso ad internet, del resto, ha una peculiare caratteristica: può non essere necessario conoscere come è fatta la macchina per farla funzionare, ma potrebbe essere necessario fare funzionare la macchina per conoscere come è fatta.
Si tratta certamente di una visione molto negativa, forse esageratamente pessimista, degli anni a venire, ma rimane una prospettiva possibile e non auspicabile; del resto, è lo stesso Postman ad avvertirci su come “Il cammino di tutti coloro che presumono di discernere chiaramente la direzione in cui ci porterà una nuova tecnologia è cosparso di conseguenze impreviste”, apportando poi l’esempio del cattolicissimo Gutenberg che con la sua decisiva invenzione mai avrebbe pensato di divenire coadiuvante involontario dell’ascesa del Protestantesimo.
Vorrei porre un’ultima riflessione prima di concludere. Se si volesse paragonare lo studio delle conseguenze dei media sui comportamenti umani al mito della caverna di Platone, si potrebbe forse affermare che le osservazioni fatte sui media radiofonico e televisivo verso la fine del millennio potessero corrispondere al momento nel quale l’uomo, liberatosi, sta per uscire dalla caverna e deve abituare i propri occhi alla fortissima luce. Egli ha già capito che le ombre sono proiezioni immaginarie ed ha superato il momento della fede, per passare a scorgere finalmente alcune figure reali nel riflesso dell’acqua. Al comparire e diffondersi però del medium connesso ad internet e della conseguente convergenza multimediale, gli studi hanno subito quasi un inevitabile reset ed il percorso all’interno della caverna si è di molto allungato. La continua ed inarrestabile progressione tecnologica, che apporta sofisticazioni e novità sui media stessi a cadenza mensile, rende quasi impossibile compiere un’analisi approfondita come quella che gli studiosi erano riusciti ad operare, ad esempio, sulla televisione. Nel frattempo, le generazioni di studiosi passano lentamente il testimone a quelle successive, le quali sono sempre più prossime alla situazione ambientale nella quale sono cresciuti i Nativi digitali. Inevitabilmente, un giorno, arriverà per gli stessi Nativi digitali il turno di fare le proprie osservazioni. Se le riflessioni fatte in precedenza trovassero riscontro e le nuove menti fossero effettivamente condizionate in maniera così forte dalla mancata esperienza effettiva del percorso di digitalizzazione, come potrebbero essi riuscire a produrre analisi sufficientemente approfondite e in grado di mettere in guardia i futuri utenti mediatici in maniera esauriente, come il Professor Postman è stato invece in grado di fare?
mercoledì 15 giugno 2011
Let me apologize, to begin with...
Lascia che ti chieda scusa, per incominciare...
Scusami se mi sono lasciato zittire, se mi sono lasciato sotterrare da incertezze irrisolte e problemi cinici, persi nella quotidianità dello scorrere dei giorni...
Scusami se ti ho negato la semplicità, il sorriso, la gioia di dare qualcosa agli altri in cambio di niente o poco più di niente...
Perdonami se non ho saputo rimanere costante, se non sono riuscito a tenermi stretto ciò che davvero era importante sin da piccolo, trasmettendoti solo un senso di vuoto da riempire con ciò che sei riuscito a trovare per strada, nei giardini, negli spettacoli televisivi, nelle discoteche e nei supermercati...
A volte mi torna in mente quando piangevamo per piccole cose, piccole sensazioni che ci rendevano fragili ed incompresi: certo non erano bei momenti, ma quanto ti faceva sentire vivo, quanto ti faceva sentire forte il saperti così fragile e capace di emozionarti davanti alle piccole complicazioni o dinanzi alle cose semplici ma belle, belle da lasciarti senza fiato quando ti accorgi che esistono davvero!
Scusami se me ne sono andato ad un certo punto, se non ho resistito alla miseria ed al marcio che abbiamo incontrato per il mondo, se non sono sopravvissuto alle frustate che mi hai dato per farmi cambiare passo quando ce n'è stato bisogno... in pochi anni si è trasformato tutto quanto e tu non sei più stato lo stesso, per causa mia, per colpa della mia assenza, del mio lento e graduale spegnermi...
Ed ora resta in te solo il cancro dell'età adulta, il cinismo... come farai a trovare una strada, senza l'attenzione per le piccole cose che valgono la pena di essere vissute, senza qualcosa a cui aggrapparsi che non abbia una filigrana al suo interno o una banda nera strisciabile su un lato...
Amore, onestà, amicizia, lealtà, rispetto, desiderio di fare sono raccolti ormai marci, foglie cadute dall'albero dell'anima che spoglio di ogni suo avere ormai cerca di sopravvivere al freddo nell'inverno dell'adulto realismo.
Ed io, bambino, resto qui dentro al pozzo, grido e nessuno sente e ho freddo e paura del buio, paura di ciò che sta qua sotto senza sole, senza profumi, senza modo di uscire a rivedere il mondo... solo un pozzo, solo un posto umido e inaccogliente dove piangere le poche lacrime rimaste prima di rimanere zitto, per sempre!!!
Scusami se mi sono lasciato zittire, se mi sono lasciato sotterrare da incertezze irrisolte e problemi cinici, persi nella quotidianità dello scorrere dei giorni...
Scusami se ti ho negato la semplicità, il sorriso, la gioia di dare qualcosa agli altri in cambio di niente o poco più di niente...
Perdonami se non ho saputo rimanere costante, se non sono riuscito a tenermi stretto ciò che davvero era importante sin da piccolo, trasmettendoti solo un senso di vuoto da riempire con ciò che sei riuscito a trovare per strada, nei giardini, negli spettacoli televisivi, nelle discoteche e nei supermercati...
A volte mi torna in mente quando piangevamo per piccole cose, piccole sensazioni che ci rendevano fragili ed incompresi: certo non erano bei momenti, ma quanto ti faceva sentire vivo, quanto ti faceva sentire forte il saperti così fragile e capace di emozionarti davanti alle piccole complicazioni o dinanzi alle cose semplici ma belle, belle da lasciarti senza fiato quando ti accorgi che esistono davvero!
Scusami se me ne sono andato ad un certo punto, se non ho resistito alla miseria ed al marcio che abbiamo incontrato per il mondo, se non sono sopravvissuto alle frustate che mi hai dato per farmi cambiare passo quando ce n'è stato bisogno... in pochi anni si è trasformato tutto quanto e tu non sei più stato lo stesso, per causa mia, per colpa della mia assenza, del mio lento e graduale spegnermi...
Ed ora resta in te solo il cancro dell'età adulta, il cinismo... come farai a trovare una strada, senza l'attenzione per le piccole cose che valgono la pena di essere vissute, senza qualcosa a cui aggrapparsi che non abbia una filigrana al suo interno o una banda nera strisciabile su un lato...
Amore, onestà, amicizia, lealtà, rispetto, desiderio di fare sono raccolti ormai marci, foglie cadute dall'albero dell'anima che spoglio di ogni suo avere ormai cerca di sopravvivere al freddo nell'inverno dell'adulto realismo.
Ed io, bambino, resto qui dentro al pozzo, grido e nessuno sente e ho freddo e paura del buio, paura di ciò che sta qua sotto senza sole, senza profumi, senza modo di uscire a rivedere il mondo... solo un pozzo, solo un posto umido e inaccogliente dove piangere le poche lacrime rimaste prima di rimanere zitto, per sempre!!!
martedì 26 aprile 2011
Da ultimo...
Tornerà il tempo in cui nascerà vita dalle ceneri inerti sul palmo della mia mano; tornerà il moto silenzioso delle idee e l'ordine della coerenza col passato; da ultimo, tornerà infine l'ardore ingenuo e tuttavia infallibile delle convinzioni, per ricominciare a correre al passo coi tempi, a respirare al ritmo del mondo, a 'non contare il numero degli avversari... ma ad affrontarli'.
sabato 26 febbraio 2011
Turn your public Facebook profile into a Cv: Versione ITALIANA
Turn your public Facebook profile into a Cv: Versione ITALIANA: "Trasforma il tuo profilo Facebook nel tuo Curriculum Vitae..."
Questa è una grandiosa idea che può aiutare tutti quanti a combattere la crisi delle occupazioni. Ultimamente sono sempre di più le aziende che sbirciano su FB per trovare candidati e utlizzare tale piattaforma per "sponsorizzarsi" in un momento come questo è sicuramente la cosa più furba da fare per chi sta cercando lavoro!
Questa è una grandiosa idea che può aiutare tutti quanti a combattere la crisi delle occupazioni. Ultimamente sono sempre di più le aziende che sbirciano su FB per trovare candidati e utlizzare tale piattaforma per "sponsorizzarsi" in un momento come questo è sicuramente la cosa più furba da fare per chi sta cercando lavoro!
martedì 22 febbraio 2011
Earth is the limit.
Guardiamoci negli occhi... abbiamo sbagliato tutto!
Non dovevamo studiare, non dovevamo seguire gli esempi dei nostri genitori, non dovevamo cercare di accontentarli, lasciandoci sedurre dai racconti della loro vita universitaria e di ciò che sono diventati loro dopo di essa...
Purtroppo nè loro, nè noi ci siamo resi conto di quanto fosse cambiata già dieci anni fa la situazione. eppure era così facile intuire: non potevano rimanere uguali le cose dopo il Muro!
Si perchè è stato quello lo spartiacque, è innegabile, tutto è cambiato dopo quell'episodio, dopo quello!
Ma noi no, ci abbiamo camminato sopra, abbiamo festeggiato sulle macerie senza fermarci a raccoglierle e a chiederci cosa sarebbe cambiato. Abbiamo solo osservato e continuato a festeggiare...
E adesso eccoci qui, giovani senza futuro, adulti ormai vecchi, a guardare nel vuoto senza riuscire a trovare la maniglia del paracadute... senza riuscire a trovare nemmeno il paracadute! Non lo abbiamo proprio mai avuto, non ce lo siamo procurato.
Il vuoto non perdona! La Terra è il limite.
E noi ci stiamo avvicinando...
Non dovevamo studiare, non dovevamo seguire gli esempi dei nostri genitori, non dovevamo cercare di accontentarli, lasciandoci sedurre dai racconti della loro vita universitaria e di ciò che sono diventati loro dopo di essa...
Purtroppo nè loro, nè noi ci siamo resi conto di quanto fosse cambiata già dieci anni fa la situazione. eppure era così facile intuire: non potevano rimanere uguali le cose dopo il Muro!
Si perchè è stato quello lo spartiacque, è innegabile, tutto è cambiato dopo quell'episodio, dopo quello!
Ma noi no, ci abbiamo camminato sopra, abbiamo festeggiato sulle macerie senza fermarci a raccoglierle e a chiederci cosa sarebbe cambiato. Abbiamo solo osservato e continuato a festeggiare...
E adesso eccoci qui, giovani senza futuro, adulti ormai vecchi, a guardare nel vuoto senza riuscire a trovare la maniglia del paracadute... senza riuscire a trovare nemmeno il paracadute! Non lo abbiamo proprio mai avuto, non ce lo siamo procurato.
Il vuoto non perdona! La Terra è il limite.
E noi ci stiamo avvicinando...
mercoledì 3 novembre 2010
La calma apparente e l'agitazione effettiva
La ricerca delle passioni è una cosa che andrebbe fatta da piccoli, appena si è in grado di sentire la mancanza di qualcosa o di qualcuno.
La lezione che ci da l'avvento del digitale, infatti, è proprio questa: le dinamiche scaturiscono dall'alternarsi di vuoto e pieno, le decisioni devono essere prese in base alla presenza o assenza di reali intenzioni e motivi -letteralmente 'motivi'- per i quali adoperarsi e addossarsi responsabilità.
In 25 anni di vita ho fatto molti errori, molte cagate, e ancor più considerazioni affrettate: uno come me che è sempre stato particolarmente combattuto sull'ascoltare il cuore o piuttosto il cervello non può toccare un equilibrio se non per brevissimi periodi interiori, momenti nei quali sento di vivere bene.
A portare la felicità comunque sappiamo benissimo che sono gli stimoli esterni (e si torna al concetto del digitale), avere un lavoro o meno, avere una compagna o meno, avere delle proprietà o delle ricchezze che ti permettano di soddisfare i tuoi desideri, nella minima misura in cui ognuno di noi riesce a colmarli.
Purtroppo andando avanti mi sto rendendo conto di come siano il nero ed il bianco a dominare questo mondo: le tinte intermedie sono scialbe, sbiadite, impercettibili come il cielo grigio di Novembre, non sai dove comincia e non sai dove finisce.
Non so quale tinta mi appartenga, probabilmente più di una, una multicolore che come è normale si contamina di altri colori, saturazioni... una cosa è certa: non sono, e non voglio essere, nè bianco, nè nero...
Troverò un sentiero?
La lezione che ci da l'avvento del digitale, infatti, è proprio questa: le dinamiche scaturiscono dall'alternarsi di vuoto e pieno, le decisioni devono essere prese in base alla presenza o assenza di reali intenzioni e motivi -letteralmente 'motivi'- per i quali adoperarsi e addossarsi responsabilità.
In 25 anni di vita ho fatto molti errori, molte cagate, e ancor più considerazioni affrettate: uno come me che è sempre stato particolarmente combattuto sull'ascoltare il cuore o piuttosto il cervello non può toccare un equilibrio se non per brevissimi periodi interiori, momenti nei quali sento di vivere bene.
A portare la felicità comunque sappiamo benissimo che sono gli stimoli esterni (e si torna al concetto del digitale), avere un lavoro o meno, avere una compagna o meno, avere delle proprietà o delle ricchezze che ti permettano di soddisfare i tuoi desideri, nella minima misura in cui ognuno di noi riesce a colmarli.
Purtroppo andando avanti mi sto rendendo conto di come siano il nero ed il bianco a dominare questo mondo: le tinte intermedie sono scialbe, sbiadite, impercettibili come il cielo grigio di Novembre, non sai dove comincia e non sai dove finisce.
Non so quale tinta mi appartenga, probabilmente più di una, una multicolore che come è normale si contamina di altri colori, saturazioni... una cosa è certa: non sono, e non voglio essere, nè bianco, nè nero...
Troverò un sentiero?
giovedì 17 giugno 2010
Il pattern "Effe" nella lettura delle pagine web
Ecco a voi la famosa immagine ricavata dallo studio sull'EYE TRACKING dei ricercatori Jakob Nielsen e Kara Pernice...
Per saperne di più http://www.useit.com/eyetracking/
ma occhio all'inglese ;-)
martedì 15 giugno 2010
Che cos'è Intranet?
Essa è una rete aziendale contenente informazioni che riguardano i soli professionisti performanti all'interno dell'azienda stessa... non sono pubblicamente accessibili.
Intranet è la cassetta degli attrezzi ideale per chi lavora in una realtà privata o nel pubblico, ma raramente viene sfruttata come si potrebbe. Spesso essa è stata male impiegata perchè è stato necessario porsi su internet, che in quanto mondo aperto porta consenso istituzionale e pubblico.
In base all'organizzazione che la utilizza, si suddivide in due principali tipologie:
Le Intranet Istituzionali sono essenzialmente rivolte alle attività di supporto della catena del valore (comunicazione interna, gestione delle risorse umane, amministrazione e controllo, gestione delle facilities, ecc). Costituiscono in genere un canale di comunicazione prevalentemente "unidirezionale" (dall'impresa al personale) che pubblica on-line informazioni di utilità generale (rassegna stampa, bollettini, notizie sulla vita aziendale, rubrica dei dipendenti, informazioni sui prodotti, ecc). In alcuni casi offrono anche servizi che automatizzano e semplificano, in una logica self-service, alcune specifiche attività: modulistica, prenotazione sale riunioni, Help Desk, sportello biblioteca, e-Learning, ecc.
Le Intranet Istituzionali possono avere un duplice obiettivo: da una parte aumentare il senso di appartenenza dei dipendenti all'azienda e sviluppare una visione e una cultura aziendale comune, dall'altra semplificare e ridurre i costi di alcune procedure rivolte al personale.
La seconda tipologia risponde al nome di Intranet Operative; esse nascono per supportare le attività primarie della catena del valore (operation, sales, marketing, ecc.). Hanno, in genere, ambiti di azione più circoscritti rispetto agli altri modelli di Intranet, essendo rivolte tipicamente solo a quelle persone con specifici ruoli e compiti nei processi supportati.
Gli obiettivi che si prefiggono sono strettamente connessi agli specifici processi: possono essere obiettivi di efficienza, legati all'automazione di alcune attività, oppure obiettivi di efficacia, legati all'aumento della qualità di un processo (ad esempio, nel caso di un'applicazione di Customer Relationship Management, migliore servizio al cliente grazie alla più ampia base informativa disponibile al personale commerciale).
Esisterebbe poi un terzo tipo di Intranet aziendale: l'intranet di Knowledge Management.
Queste sono finalizzate a favorire l'accumulo, l'archiviazione e la condivisione della conoscenza in un'impresa. Si tratta di applicazioni che spesso hanno una valenza trasversale rispetto ai processi, anche se in alcuni casi possono essere maggiormente focalizzate su specifici ambiti aziendali (ad esempio, la ricerca e sviluppo o la funzione commerciale). A questo fine mettono a disposizione del personale dell'impresa funzionalità di supporto alla gestione dei documenti (archiviazione, indicizzazione, correlazione, versioning, ricerca) e, a volte, strumenti di community sia sincroni (chat, instant messaging, ecc.) che asincroni (forum, mailing list, ecc.).
Oggi la gestione delle intranet nelle attività pubbliche è quasi sempre demandata agl’informatici. Non viene continuativamente aggiornato... in pochissimi casi c’è una redazione apposita che si occupi sempre di aggiornare i contenuti. Ciò è uno spreco di risorse per due motivi principali:
La comunicazione interna è fondamentale; essa permette di ottimizzare tempi, risorse, sforzi e migliora l'efficienza dell'intera azienda partecipante. La gestione della conoscenza è uno dei valori principali di un'azienda, non per questioni di controllo, ma per ottenere l'armonizzazione delle proprie strutture interne verso l’obbiettivo.
Una buona intranet da la possibilità di fare una buona internet. Non esiste una comunicazione verso l’esterno se non c’è comunicazione interna.
Pur essendo intranet un mondo dove centinaia di migliaia di persone lavorano ogni giorno, è sempre abbastanza abbandonata a se stessa. Perchè? Cosa manca in intranet? Manca la diretta, manca la realtà del momento. E' una situazione statica.
Molte aziende hanno però altri organi di comunicazione: oltre ad house organ e newsletters, ci sono anche radio o webtv aziendali o societarie... mediano tra l’intranet e l’internet dell’azienda. Più è grande una realtà più grande è l’investimento nella comunicazione (perchè è difficile raggiungere realtà lontane).
Comunicazione Politica...
ASSENTE: ringrazio tutti coloro che hanno postato nel proprio blog in merito a questa lezione, permettendomi di assimilarne comunque i contenuti fondamentali.
lunedì 14 giugno 2010
Comunicazione istituzionale (a ritmo sincopato)
Un comunicatore deve raggiungere il proprio obbiettivo: arrivare con un messaggio! Ci sono diverse strategie per arrivarci...
COMUNICAZIONE ISTITUZIONALE:
è tutto quell'apparato di informazioni, identificanti l’immagine e le attività di un'istituzione, non strettamente legate ad un risultato economico, ma che danno un valore o sociale o di trasparenza o aumentano la qualità percepità di un’attività commerciale. Va rapportata alla comunicazione di prodotto, che non deve essere esclusivamente privata, ma può essere anche pubblica.
Com. Istituz e comunicazione di prodotto vengono spesso confuse, perchè ci sono problemi di professionalità ed etica, in particolare nel nostro paese.
Qual’è il vero distinguo? Trasparenza e correttezza, io devo poter leggere in trasparenza come viene effettuata la comunicazione istituzionale. Il web primeggia in questo, in quanto c’è una tracciabilità molto spiccata tramite il mezzo web! -MATCHARE-
Un altro mezzo di comunicazione (carta, tv, radio) ti permette cmq un percorso di tracciabilità, però al di là del fattore tempo, c’è il problema di mettersi in contatto. Se invece Internet è gestito correttamente ed è quindi permessa l’interattività con il consumatore o cmq il fruitore della comunicazione, la facilità triplica!
Altre forme di comunicazione istituzionale sono: comunicati stampa fisici, pubblicità istituzionale.
Fare i comunicatori significa avere una committenza pubblica o privata, che permetta di conseguire un risultato che non deve essere negativo per il committente (esempio del bilancio in cui si esaltano le parti positive del bilancio, celando il più possibile quelle negative). La comunicazione istituzionale ha delle regole ferree che però è difficile applicare in toto. Per questo spesso viene a confondere certe caratteristiche con gli altri tipi di comunicazione.
Sul web c’è un feedback immediato se lo scopo è stato raggiunto, mentre nelle comunicazioni istituzionali fatte tramite altri mezzi la risposta è ovviamente più lenta.
Com. Privata istituzionale: cerca sempre di mantenere alti i valori del brand (in fin dei conti per venderlo) e per questo ha dei tratti in comune con la comunicazione di prodotto.
Com. Pubblica istituzionale: le cose si complicano.
Deve essere trasparente, esaustiva, ha l’obbligo di essere interattiva (ma spesso non lo è), dovrebbe essere comprensibile a tutti, aperta e tracciabile!
Tre formule di risposta da parte delle istituzioni se chiedi informazioni: risposta automatica (che non ti risponde), risposta preindirizzata (scrivi qui per questo, la per questo), risposta effettiva con contatto diretto (e FORSE le soluzioni che cerchi).
domenica 13 giugno 2010
Cenni sul Copyleft. (No, non ho confuso le direzioni...)
Informazioni liberamente tratte e riscritte, in sintonia col Copyleft :-), da Wikipedia, l'enciclopedia libera
L'espressione Copyleft nasce per contrasto con il celeberrimo termine copyright: il gioco di parole sta nello scambio tra i termini "right" (destra) e "left" (sinistra), perfetta sintesi etimologica dell'effettiva somiglianza e differenza tra i due concetti.
Individuato simbolicamente con una "C" cerchiata rovesciata -esatto contrario del simbolo del Copyright- esso rappresenta un'alternativa di modello di gestione dei diritti d'autore. Si basa su un sistema di licenze attraverso le quali l'autore permette ad altri fruitori di utilizzare, diffondere ed eventualmente modificare liberamente la propria opera a patto di rispettare di alcune condizioni essenziali. Nella sua versione pura e originaria (cioè quella riferita all'ambito informatico), la condizione principale obbliga i fruitori dell'opera, nel caso vogliano distribuire l'opera modificata, a farlo sotto lo stesso regime giuridico (e generalmente sotto la stessa licenza). In questo modo, il regime di copyleft e tutto l'insieme di libertà da esso derivanti sono sempre garantiti.
sfrutta i principi di base del diritto d'autore non per controllare la circolazione dell'opera bensì per stabilire un modello virtuoso di circolazione dell'opera, che si contrappone al modello detto proprietario. In questo senso, dunque, è corretto dire che il copyleft esiste proprio grazie al diritto d'autore.
Una licenza basata sui principi del copyleft, tipicamente, garantisce a chiunque possegga una copia di un lavoro le stesse libertà del suo autore, incluse quattro libertà basilari:
1.la libertà di usare a propria discrezione e di studiare quanto ottenuto
2.la libertà di copiare e condividere con altri
3.la libertà di modificare
4.la libertà di ridistribuire i cambiamenti e i lavori derivati
Per contro, queste licenze copyleft, per avere qualche tipo di efficacia, hanno bisogno di usare in modo creativo le regole e le leggi che disciplinano le proprietà intellettuali; per esempio quando si tratta della legge sul copyright (che è il caso principale) tutte le persone che in qualche modo hanno contribuito al lavoro protetto dal copyleft devono divenire co-detentori del copyright di quel lavoro ed allo stesso tempo rinunciare ad alcuni dei diritti garantiti dal copyright, per esempio rinunciare al diritto di essere l'unico distributore delle copie di tale lavoro.
La filosofia dell'Open Source
La Cattedrale e il Bazaar
La Cattedrale e il Bazaar è un saggio sullo sviluppo del software scritto da Eric S. Raymond. Esso descrive un nuovo modello di sviluppo, il cui esempio più famoso ed efficace è la modalità di costruzione del Kernel Linux. L'autore per verificare le proprie ipotesi decide di utilizzare lo sviluppo collaborativo per il programma fetchmail e nel saggio viene descritta la genesi e lo sviluppo del progetto analizzando le interazioni con gli altri sviluppatori e i vantaggi rispetto al modello classico. La prima presentazione del saggio si è avuta durante un congresso su Linux il 27 maggio 1997 e in seguito il saggio è stato pubblicato come parte dell'omonimo libro. Questo saggio viene usualmente considerato il manifesto del movimento open source.
Il saggio descrive in sostanza due contrapposte modalità di sviluppo del software libero:
Nel modello a Cattedrale il programma viene realizzato da un numero limitato di "esperti" che provvedono a scrivere il codice in quasi totale isolamento. Il progetto ha una suddivisione gerarchica molto stretta e ogni sviluppatore si preoccupa della sua piccola parte di codice. Le revisioni si susseguono con relativa lentezza e gli sviluppatori cercano di rilasciare programmi il più possibile completi e senza bug. Il programma Emacs, il GCC e molti altri programmi si basano su questo modello di sviluppo.
Nel modello a Bazaar il codice sorgente della revisione in sviluppo è disponibile liberamente, gli utenti possono interagire con gli sviluppatori e se ne hanno le capacità possono modificare e integrare il codice. Lo sviluppo è decentralizzato e non esiste una rigida suddivisione dei compiti, un programmatore di buona volontà può modificare e integrare qualsiasi parte del codice. In sostanza lo sviluppo è molto più anarchico e libero, da qui il nome di modello a Bazaar. Il Kernel Linux e molti programmi utilizzano questo nuovo modello di sviluppo associativo.
La tesi centrale di Raymond è che "Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bug vengono a galla". Questa affermazione (che Raymond chiama "Legge di Linus") costituisce, a suo parere, il motivo centrale del successo del progetto del Kernel Linux. Prima dell'avvento di Linux si riteneva che ogni progetto di una certa complessità avesse bisogno di essere adeguatamente gestito e coordinato: in caso contrario il progetto sarebbe collassato sotto il peso di moltissime revisioni e modifiche, prodotte da più persone e quindi spesso incompatibili. Il progetto Linux riuscì a dimostrare che non solo questo non accadeva, ma che al contrario al crescere del numero di sviluppatori anche la qualità e l'affidabilità del software migliorava.
Il modello a Cattedrale è un modello tipico delle aziende commerciali. Queste normalmente non rilasciano il codice sorgente, e una nuova revisione del programma può richiedere anni; viceversa, il modello a Bazaar è un modello che si è molto diffuso nell'ambiente del software libero, poiché consente ad ogni utente di ricoprire il ruolo di beta tester dei programmi. Lo stesso utente può perfino modificare il programma, se lo desidera: questo consente un rapporto stretto tra utilizzatori e programmatori, un rapporto paritario che ben si adatta alla filosofia del software libero. Consente inoltre un attento controllo del codice, aiutando ad eliminare rapidamente la maggior parte dei bug; questione invece complessa per un software prodotto con la modalità a Cattedrale, dove solo un numero limitato di persone lavora sul codice.
La modalità a cattedrale è la stessa metodologia di sviluppo che viene utilizzata dagli editori di enciclopedie commerciali: un numero limitato di esperti si preoccupa di compilare tutte le voci. La modalità a bazaar invece è quella utilizzata da Wikipedia: ogni lettore, se lo desidera, può integrare e migliorare i contenuti e la verifica delle modifiche apportate al testo è gestita dagli stessi utenti.
venerdì 11 giugno 2010
Internet: tra etica della gratuità e necessario (+ o -) ritorno economico...
Internet dovrebbe essere gratuito per definizione, in quanto rete creata per facilitare le comunicazioni di tutti. Sono sempre di più le realtà costituzionali che cercano di intavolare una discussione sul considerare il collegamento ad Internet tra i diritti dell'uomo (non ultima, la Svezia).
In maniera direttamente proporzionale sta però prendendo piede il dibattito sui contenuti editoriali a pagamento. Da un paio di anni se ne parla, anche per la coincidenza della crisi economica. C’è stato un aumento dei debiti e dei bilanci negativi, che hanno portato gli editori a pensare di correre ai ripari. Per il momento ci sono solo alcune situazioni di grandi giornali che hanno deciso di offfrire parte dei propri contenuti a pagamento (VAS, servizi di valore aggiunto).
Il fatto è che i primi a "sbagliare" sono stati proprio gli editori, che sono stati molto generosi nell'offerta di contenuti gratuiti sin dall’inizio, presi dalla corsa concorrenziale a fornire accessi, applicazioni e servizi. L'attuale situazione, che potremo definire di imbarazzo, è dunque diretto frutto della poca lungimiranza sul (e di una cattiva percezione del) fenomeno di crescita degli utenti.
In realtà, il mercato in questo momento lo fanno i produttori delle macchine, non i produttori di contenuti. L'azienda Apple, ad esempio, imposta i costi per il download delle applicazioni di terzi. L’editoria analogamente si trova costretta a sottostare alle leggi di un mercato che penalizza ciò che è fisico, cartaceo e tattile di fronte alla gratuità degl’impalpabili, ma assimilabilissimi, contenuti web.
Per il momento pare che l'unica soluzione a cui si approderà sia il progressivo inserimento di contenuti informativi via web a pagamento, per imporre un freno al mercato gratuito. Un esempio ne è, "come sempre" verrebbe da dire, Repubblica.it, la quale ha elaborato un'apposita applicazione per utenti Ipod Touch, Iphone ed Ipad nella quale vengono visualizzati i titoli ed essenziali sunti dei contenuti di una news, insieme all'incipit dell'articolo stesso (puntando forse sulle caratteristiche dei pezzi giornalistici, che sappiamo essere scritti appositamente con LEAD intriganti per catturare l'occhio del lettore ed ottenerne l'attenzione).
Bisogna però dire che dietro alla gratuità risiede anche un problema di etica professionale, in quanto chi produce contenuti che non gli porteranno frutto economico sarà naturalmente portato a ridurre il proprio impegno. C’è quindi un problema etico. Inoltre. dal punto di vista editoriale è un suicidio far lavorare persone in maniera gratuita.
Questo dialogo Pagamento-Gratuità, che come in un tragico conflitto di valori di scheleriana memoria sembra portare sia in un senso, sia nell'altro ad una soluzione di difficile sopportazione da parte rispettivamente degli utenti e dei fruitori, continua incessante e sta facendo riflettere intere branche dell'economia. Ed i prossimi passi saranno fondamentali, per il semplice fatto che qualsiasi siano le decisioni prese, soprattutto in caso di accorgimenti legali, costituiranno precedenti dei quali volenti o nolenti tutte le istituzioni dovranno tenere conto nel loro futuro...
giovedì 10 giugno 2010
Repubblica: approfondimento storico.
Nella sconsolante impossibilità (almeno da parte mia) di inserire il lettore multimediale direttamente nel post, mi vedo costretto a pubblicare il singolo link:
'La Storia Siamo Noi' è un programma di approfondimento e di inchiesta conoscitiva a stampo storico che fornisce ricostruzioni di vicende, crimini, fatti o casi politici che abbiano avuto una rilevanza storica di un certo spessore. Il direttore, Giovanni Minoli, è un esperto nel confezionamento di programmi televisivi di servizio pubblico.
Sito internet: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/
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